Trascrizione/descrizione
Il codice, contenente la Bibbia cosiddetta "bizantina", è presente nell'Inventario del 1461. Contiene i testi dei Vecchio e del Nuovo Testamento ed inizia con il libro del profeta Daniele (ciò che fa supporre la perdita di un primo volume); seguono i dodici Proferi minori, i cinque libri sapienziali dai Proverbi di Salomone all'Ecclesiastico, i Paralipomeni I e Il, Giobbe, Tobia, Giuditta, Ester, Esdra I e II, Maccabei I e II, gli Atti degli Apostoli, le sette Epistole cattoliche, l'Apocalisse, le Epistole paoline; sono inclusi prologhi e argomenti.
Appartenne al patriarca di Aquileia Antonio Panciera (1402-1412) dai cui eredi venne venduto all'umanista Guarnerio d'Artegna.
Per la sua unicità il codice ha attirato negli ultimi vent'anni l'attenzione di vari studiosi venendosi a trovare al centro di una travagliata vicenda critica che riguarda sia l'ambito che l'epoca in cui fu prodotto e che ancora oggi, lungi da sicure, definitive conclusioni, lascia spazio ad ulteriori ipotesi.
Il Mazzatinti nell'Inventario del 1893 ne propose genericamente la datazione all'XI-XII secolo, senza alcuna indicazione di scuola.
Il Buchtal nel 1957 ne fa menzione per primo nel suo studio sulla miniatura del Regno Latino di Gerusalemme, pur riconoscendo l'influenza dello scriptorium del monastero del Santo Sepolcro (fondato nel 1125 e attivo fino al 1187) per il carattere eccezionale e il rimarchevole bizantinismo, ritenne che la Bibbia di San Daniele potesse essere stata prodotta sul finire del XII secolo da una scuola siciliana di miniatura capace di operare una sintesi di elementi latini e bizantini a livelli di gran lunga superiori a quelli mai raggiunti a Gerusalemme.
Tale supposizione è stata ripresa e sostenuta nel 1956 dalla Daneu Lattanzi che, sulla base di confronti con altri codici siciliani, con i mosaici di Monreale e oggetti di oreficeria, ha assegnato la Bibbia ad uno scriptorium forse palermitano al servizio di Federico II, attivo nei primi decenni del sec. XIII.
A tale tesi aderisce nel 1981, con lievi sfumature, anche Paola Santucci.
Nel 1958 il Garrison ne ricondusse l'esecuzione nell'area dello scrittorium del Santo Sepolcro; in base a considerazioni di carattere paleografico e ad una serie di confronti relativi all'ornamentazione con un gruppo di codici usciti da quella scuola, giunge a collocare cronologicamente la Bibbia di San Daniele intorno alla metà del XII secolo.
La provenienza gerosolimitana e la datazione proposta dal Garrison trovarono concordi sia il Bettini che la Furlan con l'unica differenza che, mentre il primo preferì pensare «ad un miniatore latino, il quale attinse ... il suo nuovo e attuale bizantinismo ... dalla fresca esperienza di mosaici eseguiti a Gerusalemme nel 11149», la seconda avanzò l'ipotesi di una «diretta educazione costantinopolitana del miniatore».
Di contro il Pace (1979), dopo aver collocato la Bibbia «al XII secolo exeunt e, preferenzialmente all'ultimo decennio e comunque non oltre il 1200 ca.», ritenendo poco probanti i confronti proposti sia con le miniature dei codici palestinesi che siciliani, ne fissa I'esecuzione nel Meridione italiano (ma non in Sicilia) in qualche centro tra Puglia e Calabria dove si trovavano beni del monastero de Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Contemporaneamente il Tavano con una serie di attenti raffronti e di felici deduzioni, giunge ad affermare che la Bibbia sarebbe «topograficamente gerosolimitana, cronologicamente del penultimo decennio del sec. XII e formalmente bizantina», realizzazione di un "maestro di formazione molto elevata, fors'anche metropolitana" che dopo il 1187, caduta Gerusalemme in mano turca, potrebbe essersi spostato in Sicilia, dove il suo insegnamento poté sopravvivere e dar luogo alla nascita di opere simili o da esemplari di tal genere derivate.
Nelle relazioni tenute al Convegno "Miniatura in Friuli crocevia di civiltà" tenutosi a Passariano e a Udine nel 1985 a completamento della Mostra sulla miniatura in Friuli, Tavano e Pace hanno ribadito le loro convinzioni; Pace conclude con l'affermazione che è emblematica della difficoltà di localizzare rettamente il codice: «la Bibbia di San Daniele resta dunque un enigma per quel che concerne la motivazione della sua committenza e la localizzazione del suo scriptorium, ma non deve esserlo né per la sua dataztone, dell'iniziale '200, né per la sua inerenza figurativa che è occidentale». Ma Tavano oppone che la Bibbia bizantina è «documento limpido dell'attivtà pittorica d'un maestro di solida educazione metropolitana, capace di cedimento o di compromessi provinciali, ma pronto a sua volta a collaborare con altri pittori che supponiamo e sappiamo attivi a Gerusalemme nel terzo quarto del dodicesimo secolo, abbastanza autorevole per suggestionarli e per influenzarli ma senza esserne toccato». [G. Bergamini]